mercoledì 19 marzo 2014

INTERVISTA A CARLO SPERDUTI

Salve, lettori compulsivi. Oggi voglio presentarvi lo scrittore romano Carlo Sperduti, che ho incontrato venerdì 14 marzo al reading Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi che si è tenuto presso la libreria Il Ghigno a Molfetta (la mia città). Poco prima di questo incontro, ho potuto incontrare questo autore e intervistarlo. La chiacchierata è stata divertente e istruttiva, così come la serata che ne è seguita. Ho registrato l'intervista e vi riporto la trascrizione.
Chi Carlo Sperduti? Classe 19, leone, ha frequentato il liceo scientifico e si è laureato in Lettere e Filosofia. Non è un attore, nonostante legga come fosse tale.



BIANCANEVE (B): Ciao Carlo, grazie per avermi concesso questa intervista e benvenuto nel mio blog, Biancaneve critica. Mi rifaccio all'idea del veleno, della critica avvelenata, deriva da là il titolo. Un po’ contorta come cosa.
CARLO SPERDUTI (CS): (ride) è una minaccia, quindi.
B: Sì, abbastanza. Bene, parlami un po’ di te, presentati ai miei lettori.
CS: Stai registrando, questa cosa non mi era mai successa! (ride un po’ imbarazzato). Ciao, sono Carlo Sperduti e – che faccio? – scrivo racconti, fondamentalmente perché mi piace la forma breve. I miei autori di riferimento sono tutti maestri della forma breve. Questo naturalmente non vuole che non leggo romanzi, però mi piacciono le strutture cristalline: tutto quello che nel romanzo è necessario, ad esempio tutto quello che riguarda la digressione o il dilungarsi, nel racconto è spazzata via perché in poche cartelle – per usare un termine editoriale abbastanza brutto – non bisogna sbagliare una parola e neanche una virgola. Quando si riesce a fare questo e, in quel poco spazio, creare un mondo altro, si è fatta un opera letteraria di un certo livello. Ti faccio un esempio banale per spiegarti quello che intendo: se si legge un qualsiasi racconto di Borges si ha un’idea di quello che sto dicendo a proposito del racconto breve. Uno qualsiasi dei Racconti delle finzioni è un cristallo, una geometria perfetta, ma è anche un mondo a parte. E riuscire a farlo in cinque pagine per me è ha del miracoloso. È tutto molto studiato e apprezzo proprio questo.
Questa da cui leggiamo qualcosa stasera è una raccolta, una miscellanea nel senso che è una cosa costruita a posteriori, non è nata come raccolta vera e propria, ma è un compendio dei racconti brevi e brevissimi che ho scritto negli ultimi quattro o cinque anni. Il criterio di selezione per la maggior parte della sezione dell’Intermezzo tragico che si commenta da sé è quella della cretineria, cioè ho preso i racconti più stupidi che io abbia mai scritto e li ho messi là dentro. Tutto qua.
B: Già in precedenza avevi pubblicato un altro libro…
CS: Sì, nel dicembre 2013, insieme a questa raccolta è uscito un libro con Intermezzi editore che si chiama Valentina controvento, che è in realtà un ebook, anche se c’è poi un’edizione limitata cartacea, che è in una collana che si chiama Ottantamila, che sarebbe il limite massimo di battute consentite a ogni autore: dalle quaranta alle ottantamila, quindi né un romanzo né un racconto vero e proprio, una via di mezzo, insomma. È la storia di una ragazza che deve progettare un macchinario contro la caduta dei cappelli, che è una tragedia che ci riguarda tutti, soprattutto quando tira molto vento. E sempre con Intermezzi un paio di anni fa ho pubblicato un romanzo breve tra il surreale e il metaletterario che si chiama Caterina fu gettata. In tutti e due i casi, il titolo precedeva la storia, cioè ho inventato prima il titolo e poi ci ho scritto la storia, come regola così, aleatoria.
B: Beato te! Io ho problemi a trovare i titoli…
CS: Questi sono facili perché sono ottonarie – taratara taratara: Caterina fu gettata, Valentina controvento. È sempre la stessa scansione, la stessa metrica.
B: Oltre Borges, hai qualche altro autore di riferimento a cui ti ispiri?
CS: Quanto tempo hai? (ride). Vabbè, rimanendo sul sudamericano, sicuramente Cortázar, sempre per motivi di maestria nella brevità; Adolfo Bioy Casares, sempre di quel giro lì, se lo vogliamo chiamare così; poi gli autori dell'Oulipo francese Georges Perec, Queneau, Roubaud per una questione di inversione dell’equilibrio tra il contenuto e la forma, cioè io sono convinto che il contenuto sia la forma, quindi una volta che la forma è azzeccata, hai fatto letteratura o comunque hai fatto qualcosa che c’entra con il mezzo che hai deciso di utilizzare ed è una questione anche di consapevolezza di quello che si sta facendo. Cioè, se io agisco nel cinema, a mio parere devo prima di tutto preoccuparmi  del fatto che sto utilizzando delle immagini in movimento, e una volta che ho fatto quello posso inserire il contenuto in una forma che sia quella, altrimenti non ci sarebbe differenza tra fare un film e scrivere un romanzo.
Poi, tra gli italiani, apprezzo sicuramente Calvino, ma per derivazione. In realtà ho cominciato a leggere prima Calvino, poi sono arrivato a loro e mi sono reso contro che era per derivazione che leggevo Calvino. Ultimamente sto leggendo un bel po’ di Buzzati.
Per andare indietro sicuramente Laurence Sterne, che andava oltre l’avanguardia a metà del Settecento e che prendeva in giro il romanzo ottocentesco quando ancora questo non esisteva. Per me questa è una cosa geniale. In Laurence Sterne c’è tutto, tutto quello che adesso consideriamo incredibilmente sperimentale, anche se considerare sperimentale ciò che esisteva già tre secoli fa è strano.
Poi sicuramente Cervantes. Chi altro? Andando indietro indietro – vabbè non andiamo troppo indietro! (ride) – Melville. Di Melville sicuramente Moby Dick, ma di più mi ha influenzato Bartleby lo scrivano. Stevenson, Jules Verne. Vabbè, basta! (ride).
B: Quindi anche l’avventura…
CS: Assolutamente! A me interessa l’avventura sempre per motivi chiaramente di divertimento, perché io sono convinto che la letteratura sia una cosa divertente, nonostante quello che dicono a scuola, perché poi il danno viene da lì: se mi si presenta la letteratura come una cosa su cui suicidarmi, allora è chiaro che io uscito da scuola non leggerò mai più un libro. Il punto è che la letteratura è divertente e lo è anche quando non lo sembra. Altro autore di riferimento: Edgar Allan Poe. Era un autore dotato, a parte di una perfezione nei racconti, anche di un’ironia strabordante. Il mito di Edgar Allan Poe come autore macabro finisce dove si supera il contenuto e si bada alla forma: qui ci accorgiamo che lui si divertiva come un matto. D’altra parte l’hanno trovato morto ubriaco in un seggio elettorale, cioè anche quando è morto ha fatto il cretino.
Qual era la domanda?
B: Chi erano gli autori a cui ti ispiri. Credo che tu abbia risposto in maniera molto esauriente.
CS: Ma sicuramente ce n’è qualcun altro.
B: Da dove prendi l’ispirazione? Dalla vita quotidiana o è tutta fantasia?
CS: In realtà, la parola ispirazione non mi piace.
B: Sì, non è molto corretta.
CS: Non mi piace per niente perché scrivere qualcosa è semplicemente applicare chiaramente quello che si vive, ma come in qualsiasi altra cosa bisogna applicarlo con un’ottica diversa. Degli elementi autobiografici ci sono sempre, per forza di cose, ma io tendo a eliminarli o a modificarli il più possibile perché non mi interessa che poi si va a dire: “Oh, vedi qui, questo autore dice questo perché gli era successo quest’altro”. Non mi interessa assolutamente, quello si chiama “gossip”, e non c’entra niente col raccontare una storia. È per questo che non parto mai dal contenuto, ma parto sempre da un’idea strutturale o da un concetto. Nel caso del titolo della mia raccolta, Un tebbirile intanchesimo – che è “un terribile incantesimo” detto in maniera dislessica – l’idea era quella concettuale di scrivere un racconto – non avevo assolutamente in mente la trama e neanche la struttura all'inizio – che si basasse su un difetto linguistico, su una devianza linguista. Una volta che mi è venuto in mente questo, mi è venuta in mente la dislessia, che non ha niente a che fare con la mia vita privata. E una volta che mi è venuta in mente la dislessia, mi è venuta in mente la struttura, o meglio l’espediente formale, cioè di scrivere il racconto interamente in “dislessico”, se si può usare questo termine per una lingua; e, al contempo, di far rientrare la dislessia come agente nella trama stessa del racconto: cioè, la dislessia non è solo il mezzo con cui ho scritto il racconto, ma è anche la chiave per risolvere l'intanchesimo.
Quindi, sempre prima l’idea concettuale e strutturale, e poi una trama adattata a quell'idea, mai il contrario, mai prima la trama e poi il resto. Questo è quello che faccio di solito. Ci sono delle eccezioni, di cui mi pento fortemente. In questa raccolta ce ne sono solo due su venticinque, quindi sto andando bene (ride).
B: Scrivi da sempre, da quando eri bambino, o è un qualcosa che hai maturato crescendo?
CS: Ho scritto dei racconti quando avevo nove anni, poi più nulla fino ai diciassette – diciotto, in cui ne ho scritti tre o quattro, poi più nulla fino a cinque anni fa. Quindi no, è una cosa che in maniera sistematica faccio da pochissimo tempo, al contrario di quello che faccio con la lettura: dai tredici – quattordici anni in poi non ho mai smesso.

domenica 16 marzo 2014

UN CAFFE', PER FAVORE!

Salve lettori compulsivi, la mia critica settimanale è dedicata a un nuovo scrittore molto apprezzato dai lettori e dalla critica. Sto parlando di Diego Galdino, barista romano come il protagonista del suo primo romanzo Il primo caffè del mattino.
Merita il successo che sta ottenendo? Scopriamolo insieme.


TRAMA:
Massimo ha trent'anni e da quando ne aveva diciotto manda avanti il bar di famiglia. Si alza ogni mattina alle cinque e va ad aprire il bar, dove prepara il primo caffè del mattino che, come da tradizione, non si beve ma si butta. Massimo, che per gestire il bar ha abbandonato la scuola rinunciando al suo sogno di diventare un critico d'arte, vive il suo mestiere come una missione e non si concede tempo per se stesso, specie per innamorarsi.
Almeno fino a quando nel suo bar non entra Geneviève, una ragazza francese. E' un colpo di fulmine, ma Genevieve non è una ragazza semplice: le esperienze della vita l'hanno resa dura e inaccessibile.
Riuscirà Massimo a farsi conoscere e amare? O Geneviève rimarrà dell'idea che sia un cafone, come testimonia la zuccheriera che gli rovescia addosso al primo incontro?

RECENSIONE:
E' un buon romanzo d'esordio. Delicato, a tratti divertente, e abbastanza realistico. L'unica vera grande pecca è forse una certa pretenziosità, caratteristica che si riscontra molto spesso negli esordienti. Cosa voglio dire? In pratica c'è uno sfoggio eccessivo di cultura che, se da una parte può compiacere il lettore, d'altra parte può irritarlo. Uno scrittore non ha bisogno di fare troppe citazioni dotte o di far vedere che sa i significati delle parole o simili. Tuttavia, essendo questa la sua opera prima, è una cosa che si può perdonare facilmente. In ogni caso Galdino ha avuto l'intelligenza di giustificare questo sfoggio mascherandolo come un bisogno di Massimo (il protagonista), che ha dovuto interrompere gli studi classici dopo la morte del padre per rilevare il bar. Quindi comunque il tutto ha una sua coerenza.
Coerenti sono anche i personaggi. Questa volta non dovete aspettarvi il solito figaccione che si scoprirà essere ricchissimo, né la solita bambola con zero autostima e il quoziente intellettivo di un moscerino. I due protagonisti sono invece persone vere, con le loro debolezze. E anche gli altri personaggi sono ben caratterizzati, ma mai stereotipati, perché tutti possiedono una sfumatura che li contraddistingue.
La storia è ben sviluppata, anche se personalmente avrei preferito che gli indizi sul passato di Geneviève fossero disseminati qua e là fin dall'inizio, e non sistemati tutti insieme nella seconda parte del romanzo.
Nel complesso si tratta di una storia d'amore tenera e delicata. Ho letto, a proposito di questo romanzo, che la vera protagonista è la città di Roma. Non credo sia vero. Certo, Roma svolge un ruolo importante perché fa da sfondo non sbiadito al racconto, tuttavia il vero protagonista è il caffè. Il caffè che viene visto non solo come bevanda, ma come momento sociale.
In definitiva, Il primo caffè del mattino è un romanzo che merita di essere letto, se volete passare qualche ora piacevole.
Per il momento è tutto.

Biancaneve

Ps: la foto è stata fatta da Ramona Granato, autrice del blog http://ingranato.blogspot.it/

martedì 11 marzo 2014

INTERVISTA A JOANNE HARRIS

E rieccomi - come promesso - con l'intervista a Joanne Harris! Per chi non la conoscesse è famosa in tutto il mondo per essere l'autrice di Chocolat, da cui è stato tratto il film del 2001 con Johnny Depp e Juliette Binoche. Ma Joanne Harris è molto più di questo. Classe 1964, è per metà francese (da parte di madre) e per metà inglese. Vive in Inghilterra e ha insegnato grammatica francese. Attualmente svolge unicamente il mestiere di scrittrice. Ha esordito nel 1989 con Il seme del male (titolo originale: The Evil Seed). E' curioso che questo romanzo sia un horror, dato che da piccola le era proibito leggere storie di vampiri. Questo romanzo non ha avuto un grande successo, ed è infatti stato modificato e ripubblicato pochi anni fa. Ha scritto finora una ventina di libri.
L'intervista ve l'ho tradotta in italiano, tuttavia alla fine troverete il testo originale in inglese. Buona lettura!


BIANCANEVE (B): Salve, signora Harris. La ringrazio per avermi concesso l'opportunità di intervistarla. Sono molto onorata di ospitarla nel mio blog. Lei ha sempre dichiarato di aver sempre scritto. Mi vuole raccontare le sue prime esperienze nel mondo dell'editoria?
JOANNE HARRIS (JH): Io ho sempre scritto. Quand'ero una bambina e poi un'adolescente, ho cominciato copiando gli scrittori che ammiravo, fino a quando, pian piano, non ho trovato il mio stile. Ci volle del tempo, ma probabilmente cominciò a emergere quando avevo all'incirca una ventina d'anni, anche se non passarono molti anni perché io mi sentissi abbastanza fiduciosa da tuffarmi e tentare di guadagnarmi da vivere scrivendo libri. Prima di Chocolat, non mi era mai passato per la mente; mi piaceva il mio lavoro di insegnante; mi divertivo a scrivere nel mio tempo libero e, fino ad allora, le due cose erano state perfettamente compatibili. Dopo il successo di Chocolat, mi trovai sommersa di richieste per promuovere il libro in Inghilterra e all'estero; mi resi conto che ciò era impossibile perché insegnavo a tempo pieno e così con rammarico - e molta ansia - ho dovuto fare una scelta. Sono contenta di averlo fatto, ma fu una decisione difficile.

B: Lei è una scrittrice poliedrica. Ha scritto storie d'amore (Vino patate e mele rosse, Chocolat), thriller (La scuola dei desideri, Il ragazzo dagli occhi blu), romanzi storici (Cinque quarti d'arancia), fantasy mitologici (Le parole segrete, Le parole di luce) e molto altro ancora. E tutti i suoi romanzi sono ben costruiti. Come riesce a passare da un genere a un altro in maniera così elegante? Infatti, la maggior parte dei suoi colleghi si concentra su un unico genere.
JH: Non penso che sia completamente vero. Perché uno scrittore deve limitarsi a un unico genere? Io credo che se gli scrittori si fossilizzano su un genere sia perché è ciò che vogliono i loro editori. Quello non è il mio modo di lavorare, comunque. Io non inquadro le storie in categorie. Io esploro semplicemente i temi e i caratteri che mi interessano maggiormente.

B: Le faccio questa domanda in qualità di sua fan, che la segue da ben dieci anni. In Chocolat, lei racconta la storia d'amore fra Roux e Joséphine. Tuttavia, ne Le scarpe rosse, ambientato quattro anni più tardi, ritroviamo Roux innamorato di Vianne. Com'è successo? Si è fatta in qualche modo influenzare dal film?
JH: Il film non ha nulla a che fare con i libri. Si tratta di una storia completamente differente. Per quanto riguarda Roux e Vianne, la vita li ha molto cambiati in quei quattro anni - ne Il giardino delle Pesche e delle Rose, io riprendo quello che è successo tra Roux e Joséphine. Se non l'ha ancora letto, le lascerò scoprire i dettagli...

B: Zozie è uno dei migliori cattivi degli ultimi anni. Com'è nata Zozie? La ritroveremo in altri romanzi?
JH: Chi sa quello che accadrà? Zozie è l'incarnazione della tentazione in tutte le sue forme. La parola che Anouk usa per definirla è "favolosa" - che sta chiaramente a significare tratta "da una fiaba" - e il suo nome deriva dal francese "sosie", che significa "sosia" o "immagine allo specchio", molto appropriato, io credo, perché è la personificazione del lato oscuro di Vianne. La mia editor Francesca (chi è abbastanza favolosa per lei, e una cattiva consigliera in fatto di shopping) dice che lei è una fusione tra Mary Poppins e Crudelia De Mon. A ogni modo, non sono molto sicura di come originariamente sia nata, ma ho basato qualcosa della sua personalità e del suo fisico sulla mia amica Joolz Denby, che mi ispirò la frase: "fanculo, sono favolosa!"; chi mi ha fatto fare shopping a Harvey Nicks in Leeds e mi ha insegnato tutto ciò che una malvagia avventuriera deve conoscere in fatto di make-up, moda, vestiti e - di sicuro! - scarpe è stata Anouchka.

B: Il mio romanzo preferito è La scuola dei desideri. Come le è venuta l'idea per questo romanzo? Il personaggio di Leon e la sua storia sono ispirati a qualcuno?
JH: Qualche volta accade che io basi i miei personaggi sulle persone che incontro. Conosco molti scrittori che lo fanno; anche se si tratta sempre di una caratteristica ricordata qui o di un modo di fare preso in prestito lì. Creare un personaggio non è come dipingerne il ritratto. E' più come fare un casting per un film a basso costo. Si cerca un tipo che possa andare bene per il ruolo, sapendo che l'attore a cui offre la parte può avere una personalità molto differente dal personaggio che sta interpretando. Ma anche se i miei personaggi possono sembrare tipi riconoscibili, chiunque abbia insegnato sa che questi tipi esistono in tutte le stanze del personale del Paese. I miei personaggi sono basati in parte sulle mie esperienze come insegnante nelle scuole, ma la storia è essenzialmente inventata.

B: Il romanzo che lei preferisce tra quelli che ha scritto è Cinque quarti d'arancia, una straordinaria storia ambientata durante l'occupazione tedesca. Perché ha scelto quel periodo?
JH: Perché è la storia della mia famiglia francese, specialmente di mia nonna, a cui il libro è dedicato.

B: Nei suoi romanzi c'è spesso un elemento magico. Come mai questa scelta?
JH: Sono sempre stata affascinata dal folklore e dalle fiabe, che sono la pietra angolare di molta parte dell'eredità letteraria europea. Di certo queste storie erano originariamente scritte per gli adulti e non per i bambini; e la loro oscurità e la crudeltà del loro simbolismo riflettono il tipo di mondo per il quale furono scritte. Io ritengo che il motivo per cui queste storie siano sopravvissute così a lungo (e ancora stanno offrendo l'ispirazione a una nuova generazione di scrittori) sia che la natura umana non è così cambiata rispetto al passato, da cinquecento anni a questa parte. Noi abbiamo ancora bisogno di credere nella magia; noi ancora speriamo in un lieto fine: nel trionfo del bene, nel riscatto dell'amore e nella sconfitta dei mostri (che siano sono dragoni e lupi mannari o pedofili e terroristi).

B: A proposito della magia, lei ha dichiarato di aver inciso su un nastro l'intero terzo libro di Harry Potter come regalo di Natale per sua figlia. E' anche lei una fan della saga?
JH: Non tanto quanto mia figlia - ma le ho letto tutti i libri quando era piccola e a entrambe piacciono.

B: Il ragazzo dagli occhi blu è un blogger. Cosa pensa realmente dei blog?
JH: Penso che lui lo usi, come molti fanno, per proiettare una certa immagina di se stesso, per fare collegamenti online e per sfuggire dalla sua routine di ogni giorno.

B: The Gospel of Loki è il sequel de Le parole segrete e de Le parole di luce? Cosa accadrà questa volta?
JH: Non è un sequel; è una riproposizione dei miti nordici dalla prospettiva di Loki, il dio imbroglione. Potrebbe essere considerato un prequel, ma è un romanzo a sé.

Ringrazio ancora la Harris per la sua gentilezza e la sua disponibilità. Per chi volesse, questa è l'intervista in lingua originale:
BIANCANEVE (B): Hello Mrs. Harris, I’m grateful to you for having this interview as an opportunity. I’m glad to entertain you in my blog. You declared you’ve always had been writing. Could you tell me about your first experiences in the world of the book industry?
JOANNE HARRIS (JH): I've always written. As a child and an adolescent I began by copying the writers I most admired, then I began slowly to find my own style. It took a while, but eventually it began to emerge when I was in my twenties, although it wasn't until several years later that I felt confident enough to take the plunge and try to make a living from writing books. Until Chocolat, the thought had never crossed my mind; I liked my teaching job; I enjoyed writing in my spare time, and until then the two things had been perfectly compatible. With the success of Chocolat, I found that the demands being made on me to promote the book in England and abroad were too much for me to handle whilst teaching full-time, and with some regret (and a lot of anxiety) I had to make a choice. I'm glad I made it; but it was a tough decision.
B: You are a multi-faceted writer. You wrote love stories (Blackberry Wine, Chocolat, ecc.), thrillers (Gentlemen & Players, Blueeyedboy), historical novels (Five Quarters of the Orange), mythological fantasy one (Runemarks, Runelight), and many others. All your novels are well built. How do you succeed in switching from a kind of genre to another one in such an elegant way? In fact, the greatest part of your colleagues are able to write only in one kind of narration.
JH: I don’t think that’s altogether true. Why should a writer write in only one genre? I think writers stick to one genre generally because their publishers want them to. That’s not the way I work, however. I don’t put stories into categories. I simply explore the themes and characters that interest me most.
B: As a fan, I would like to ask you this question. I have been following you for ten years. In Chocolat you built up the love story between Roux and Joséphine. Instead, in The Lollipop Shoes, four years later, Roux is in love with Vianne. How did it happen? Have you served to influence somehow as the film?
JH: The film has nothing to do with the books. I see it as a completely different story. As for Roux and Vianne, life has changed them both in four years – in PEACHES FOR MONSIEUR LE CURE, I go further into what exactly happened between Roux and Josephine. If you haven’t read it yet, I’ll leave you to discover the details for yourself…
B: Zozie is one of  the best villains of the last years. How did Zozie has born? Will we find her in other novels?
JH: Who knows what will happen? Zozie is the image of temptation in all its forms. The word Anouk keeps using is “fabulous” – which of course means “from a fairytale” – and her name comes from the French “sosie”, the word for “double” or “mirror image” – kind of appropriate, I thought, as she is the personification of Vianne’s dark side. My editor Francesca (who’s pretty fabulous herself, and no mean hand at shopping) says she’s a mixture of Mary Poppins and Cruella de Ville. Anyway, I’m not quite sure where Zozie originally came from, but I based some of the physical side of her on my friend Joolz Denby, who inspired the phrasefuck off, I’m fabulous; who takes me shopping to Harvey Nicks in Leeds and has taught both Anouchka and myself everything an evil adventuress needs to know about make-up, fashion, clothes and – (of course) shoes.
B: Gentlemen & Players is my favourite novel. How did you have the idea for this novel? Are the character of Leon and his story inspired to someone?
JH: It does sometimes happen that I base my characters on people I have met. As far as I know all writers do; although it’s never much more than a remembered feature here or a borrowed mannerism there. Creating a character isn’t like painting a portrait. It’s more like casting for a low-budget film. You look for a type to fit the role, knowing that the performer to whom you offer the part may have a very different personality from the character he is playing. But although my characters may seem to follow recognizable types, anyone who has been in teaching knows that these types exist in all staff rooms around the country. My characters are based in part on my experiences as a teacher in several schools, but the essential story is my invention.
B: The novel that you prefer among those that you have written is Five Quarters of the Orange, an extraordinary story about the scenes which are behind the German Occupation. Why did you chose this period?
JH: Because it’s the story of my French family, and most especially of my grandfather, to whom the book is dedicated.
BIn your novel there is often the magic element. Why this choice?
JH: I’ve always been fascinated by folklore and fairy-tales. They form the cornerstone of much of our European literary heritage. Of course, these stories were originally written for adults, not children; and their bleakness and cruelty of their symbolism reflects the kind of world for which they were written. I believe that the reason these stories have endured for so long (and are still providing the inspiration for a new generation of writers) is that human nature hasn’t changed very much over the past 500 years or so. We still need to believe in magic; we still hope for a happy ending; for good to triumph, for love to redeem us and for monsters (whether they be dragons and werewolves or paedophiles and terrorists) to be overcome.
B: Talking about the magic element, you declared you recorded the whole third book of Harry Potter as gift of Christmas for your daughter. Are you a fan of the saga?
JH: Not as much as my daughter - but I read all the books to her when she was a child, and we both enjoyed them.
B: Blueeyedboy is a blogger. What do you really think of his blog?
JH: I think he uses it, as many of us do, to project a certain image of himself, to make connections online and to escape the routine of his everyday life.
BThe Gospel of Loki is the sequel of Runemarks and Runelight? What will happen this time?
JH: It isn’t a sequel; it’s a retelling of the Norse myths from the perspective of Loki, the trickster god. It could serve as a prequel to the RUNE books; but it stands alone.

IL GIARDINO DELLE PESCHE E DELLE ROSE

Ed eccomi con la recensione a Il giardino delle pesche e delle rose, terzo appassionante capitolo della saga di Chocolat.


TRAMA:
Vianne torna a Lansquenet. Perché? Perché Francis Reynaud - Monsieur Le Cure - ha bisogno di lei. Incredibile - direte voi. Perché Francis Reynaud è l'Uomo Nero, colui che l'ha ostacolata quando otto anni prima aveva aperto la cioccolateria a Lansquenet. Ma le cose in quel tranquillo paesino sono molto cambiate negli ultimi tempi, a causa dell'arrivo di una comunità islamica. 
Riusciranno Vianne e Reynaud, coalizzati, a riportare la tranquillità in paese o tutto è destinato a cambiare?

RECENSIONE:
Nonostante questo romanzo faccia parte della saga di Chocolat, Il giardino delle pesche e delle rose si configura più come un thriller che come un romanzo d'amore con risvolti quasi fantasy (la magia domestica di Vianne). Infatti i toni sono completamente diversi: il romanzo è cupo, mozzafiato, incalzante, diversamente dagli altri che procedono seguendo un ritmo più lento. 
Ma anche i personaggi sono diversi, sono cresciuti. Vianne, dopo Le scarpe rosse, ha smesso di avere paura ed è tornata a essere la donna sfrontata e allegra che ricordavamo. Anouk non è più una ragazzina ribelle, bensì un'adolescente innamorata. Reynaud, per quanto ancora austero, non è più così rigido e ha imparato a scendere a compromessi e ad apprezzare Vianne. Ma soprattutto è un uomo solo, sconfitto, indifeso. Dopo averlo tanto detestato in Chocolat, in questo romanzo non si può far altro che provare pena per lui. 
E poi ci sono i personaggi nuovi, come sempre ben delineati e affascinanti. 
Questa volta la storia è narrata da Vianne e Reynaud, i due protagonisti. Tace - purtroppo - Anouk, che aveva avuto una voce importante ne Le scarpe rosse
Pare che la saga si concluda con questo romanzo. Tuttavia, il finale è - come sempre - aperto. Dobbiamo attenderci un nuovo romanzo? Chissà. 
Nel frattempo, buona lettura. 
Per il momento è tutto. 

Biancaneve

domenica 9 marzo 2014

LE SCARPE LECCALECCA

Salve lettori, in occasione della pubblicazione (martedì 11!) dell'intervista che ho fatto a Joanne Harris, vi voglio parlare di uno dei suoi tanti romanzo. Ho già recensito per voi Il ragazzo con gli occhi blu e Chocolat. Dal momento che Chocolat è una saga composta da tre libri, oggi e domani vi parlerò quindi di questi due romanzi, Le scarpe rosse e Il giardino delle pesche e delle rose


TRAMA:
Sono passati quattro anni da quando Vianne e Anouk hanno lasciato Lasquenet-sous-Tannes. Ora vivono a Montmartre, a Parigi, sotto falso nome, e con loro due c'è anche Rosette, la figlia di Vianne e Roux. Ma questa non è l'unica cosa che è cambiata. Vianne non è più la donna allegra e solare di quattro anni prima. E' cambiata, afferma di essere vedova e si veste sempre di nero. E' inoltre fidanzata con un uomo solido e rassicurante. 
Poi un giorno, il vento porta da loro Zozie de l'Alba, una ragazza allegra e sfrontata. O almeno così sembra. Perché Zozie altro non è che la Regina di Cuori, una ladra di vite. E la vita di cui vuole impossessarsi ora è proprio quella di Vianne...

RECENSIONE:
Un romanzo delicato e romantico. Un romanzo che fa sognare, sia pure con malinconia. Parte in sordina, con qualche lieve incongruenza con Chocolat, che riesce solo in parte a superare nel corso del romanzo e - soprattutto - nel successivo. 
A parte questo difettuccio, la storia è coinvolgente, a tratti struggente a tratti divertente. E' una storia corale: il romanzo è raccontato sotto forma di diario da Vianne, da Anouk e da Zozie, cosa che ci permette di cogliere più punti di vista e di conoscere fin da subito la storia a 360°. 
I personaggi vengono sconvolti: Vianne non è più la donna positiva e ottimista di Chocolat; Roux è più tormentato; Anouk è cresciuta e si comporta da adolescente... Ma il personaggio più attivo del romanzo è Zozie, la cattiva, che, con le sue scarpe leccalecca, porta una ventata di freschezza e di perversione. In fondo è intorno a lei - e non a Vianne - che ruota tutto. E anche le scarpe - come la magia - sono a loro volta protagoniste.
I colpi di scena sono dinamici, lo stile fluido e deciso, come sempre nei libri della Harris. 
Non continuo perché questo non è un romanzo che si può raccontare o commentare. Bisogna leggerlo. Vi dico solo che - a mio parere - è il migliore della saga. 
Per il momento è tutto. 

Biancaneve

martedì 4 marzo 2014

INTERVISTA A LICIA TROISI

Ed eccomi qui, mie cari lettori, con la tanto attesa intervista a Licia Troisi. Non credo che questa scrittrice abbia bisogno di presentazioni, tuttavia per quei pochi che ancora non conoscono il suo nome e il suo lavoro - colmate subito questa lacuna!! - vi do qualche cenno su di lei. 
Classe 1980, esordisce giovanissima con la Mondadori, per cui scrive tuttora. Una delle migliori scrittrici di fantasy italiano, in dieci anni di carriera ha pubblicato tantissimo: la trilogia de Le cronache del Mondo Emerso, a cui segue la trilogia de Le guerre del Mondo Emerso. Chiude la saga la trilogia de Le leggende del Mondo Emerso. Nel frattempo pubblica anche una saga in cinque libri per bambini, La ragazza drago. Da ultimo, ha pubblicato i primi tre libri della sua nuova saga, I regni di Nashira. 
Ma Licia Troisi non è solo questo, è anche un'astrofisica. Non siete ancora impressionati? Beh, è solo perché non avete letto i suoi libri!



BIANCANEVE (B): Ciao Licia, benvenuta nel mio blog e grazie mille per avermi concesso quest’intervista. Sei una donna poliedrica: scrittrice, astrofisica, moglie e mamma. Come riesce a conciliare tutto questo?
LICIA TROISI (LT): Grazie per l’invito! Dunque, credo che i segreti siano la disciplina e la passione. Se ami quel che fai, sei pronto a qualche sacrificio per continuare a farlo. Allo stesso tempo, ho sempre cercato di compartimentare la mia giornata: un tot di ore dedicate giornalmente a una cosa, un tot di ore all'altra. Ci vuole un po’ di organizzazione, insomma. Poi, certo, adesso come astrofisica lavoro saltuariamente, collaborando ogni tanto con l’università, e questo mi semplifica le cose.


B: Hai esordito giovanissima, a soli ventiquattro anni, con un grande editore quale la Mondadori, diventando in breve tempo un’autrice affermata. Credi che abbia giovato il fatto di aver scritto un fantasy in un periodo in cui in gli autori italiani che si cimentavano in questo genere letterario erano pochissimi?
LT: Non credo si sia trattato tanto di questo, quanto del fatto che in quel periodo il fantasy stava per esplodere come fenomeno di massa. La Compagnia dell’Anello uscì mentre stavo finendo di scrivere le Cronache, e dunque iniziava a esserci richiesta di fantasy da parte del pubblico.

B: Il Mondo Emerso ha fatto la tua fortuna, ma ormai il ciclo è concluso. Cosa ti ha lasciato questa saga?
LT: Moltissimo. Una parte di me continua a vivere là, e si sente a suo agio quando ci torna, il che capita ogni tanto con qualche raccontino collaterale (quelli per la Smemo, ad esempio). Del resto, gli devo il mio successo.

B: Questa è una domanda da fan. Adoro il personaggio di Sennar e ho seguito con attenzione il suo cambiamento tra le Cronache e le Guerre. Devo ammettere di non averlo molto apprezzato all'inizio perché minava l’idea romantica che avevo di lui. Tuttavia, dopo aver riletto l’intera saga l’anno scorso, mi sono resa conto che era la naturale evoluzione del personaggio. Com'è nato il personaggio di Sennar? E, soprattutto, perché hai deciso di riprenderlo e di trasformalo nelle Guerre?
LT: Inizialmente doveva nascere e morire con la scena del pugnale, sul tetto di Salazar, non era altro che un ostacolo sul cammino di Nihal. A me però piacciono molto le dinamiche di coppia, per cui si è rapidamente trasformato nella “spalla” di Nihal, il personaggio che l’avrebbe completata e salvata. Per quel che riguarda la sua evoluzione nelle Guerre, è stata una diretta conseguenza dell’aver fatto morire Nihal. Nihal non è morta alla fine delle Cronache proprio perché mi sembrava che avrei fatto un torto troppo grosso a Sennar; la sua presenza però è diventata per me ingombrante, per cui l’ho uccisa. Senza Nihal, Sennar non poteva evolvere in nessun altro modo.

B: Nihal è un’eroina e San, suo nipote, un assassino. Come mai?
LT: Mi sembrava un’idea forte, che dalla maggiore eroina del Mondo Emerso venisse fuori una delle sue maggiori minacce. E poi, anche in questo caso, mi è sembrata un’evoluzione naturale del personaggio, dopo la morte di Ido. Del resto si tratta di un bambino solo, che, proprio perché non aveva più alcuna figura adulta di riferimento, non è mai riuscita a crescere.

BPassiamo alla tua ultima trilogia, I regni di Nashira. È insolito per un autore fantasy “abbandonare” il mondo che ha creato per forgiarne uno nuovo. La maggior parte (Martin, Tolkien, Brooks, solo per citarne alcuni) continuano le loro saghe per tutta la vita. Coma mai questa scelta innovativa e coraggiosa?
LT: In termini di libertà creativa, per quel che riguarda le ambientazioni, mi sembrava che il Mondo Emerso non fosse più in grado di darmi stimoli. Avevo voglia di creare mondi nuovi, senza alcun limite; in effetti mi sono divertita davvero molto a creare Nashira.

B: Ne I regni di Nashira racconti di una casta sacerdotale che, pur di proteggere il proprio potere, è disposta a tutto. È una casta sacerdotale corrotta, infedele, quasi sacrilega. C’è un qualche riferimento alla Chiesa cattolica contemporanea?
LT: Non a tutta la Chiesa cattolica, che è una realtà ben più multiforme di quanto non si creda, e che per altro sembra pure essersi avviata su una strada di rinnovamento, ma a una parte della Chiesa certo. In realtà facevo riferimento a qualsiasi struttura che sfrutti la sensibilità popolare a fini di potere. Mi interessava soprattutto l’oscurantismo inteso come arma per tenere sotto controllo la gente; ho sempre creduto che uno dei grandi problemi del nostro tempo sia l’ignoranza diffusa, che ci rende meno consapevoli e più manipolabili.

BA Nashira si vive all'ombra degli alberi e spesso sugli alberi. C’è qualche collegamento con Il barone rampante di Italo Calvino?
LT: No, quanto meno non coscientemente. Non ci avevo mai pensato prima di questa domanda, ma in effetti Il Barone Rampante è uno dei miei libri preferiti, da ragazzina lo adoravo. L’idea di base, in verità, era quella di avere un mondo in cui non fosse possibile vedere il cielo: io sono un astrofisico, il cielo è una parte importante della mia vita, mi divertiva l’idea di un popolo per il quale fosse invece tabù.

B: Nei tuoi romanzi ci sono personaggi inquietanti con le sembianze di bambini, come il Tiranno e Grif. Qual è il motivo?
LT: Per molto tempo ho avuto problemi col mio corpo, che non corrispondeva all'immagine che avevo di me stessa. È una cosa che ho più o meno risolto solo di recente. Credo che la non corrispondenza tra aspetto fisico ed età di tanti personaggi venga fuori da questo. Inoltre, mi è sempre sembrata una buona idea quella di sposare all'idea di innocenza che ci comunica l’infanzia un certo grado di malvagità. Per altro, i bambini sono tutt'altro che naturalmente buoni.

B: La ragazza drago è ambientato nel mondo reale. Lo possiamo considerare il primo urban fantasy italiano?
LT: No, non credo sia stato il primo. Poi io collego all’urban fantasy un’idea un po’ più…metropolitana, in cui giochi un ruolo importante appunto la città, il senso di alienazione che essa comunica…Invece nella Ragazza Drago conta molto l’elemento naturale, come in quasi tutti i miei libri. Insomma, non so se definirlo un urban fantasy, ma io non sono molto pratica di definizioni di genere.

B: In ognuno dei tuoi romanzi personaggi non secondari sono i draghi. Da dove deriva questa tua passione per questi animali mitologici?
LT: È un’ossessione che ho fin da piccola. Uno dei primi giocattoli che ho mai avuto (e che poi è passato a mia figlia) è stato un pupazzo di Elliot il Drago Invisibile, della Disney, e adoravo i cartoni animati di Grisù, il drago che voleva fare il pompiere. Credo che tutte queste cose mi abbiano influenzata. A posteriori, posso dire che dei draghi mi piace il fatto che volino (io non amo farlo, ho avuto a lungo paura degli aerei) e che essi rappresentano per me il lato più selvaggio e al tempo stesso possente e meraviglioso della natura.

B: Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Ora che la saga di Nashira si è conclusa, a cosa stai lavorando?
LT: In realtà la saga di Nashira non è conclusa, conterà quattro libri e il quarto uscirà a inizio 2015. Al momento sto lavorando su due fronti. Sto concludendo l’editing di Pandora, una nuova saga ambientata nel nostro mondo ma sempre con elementi magici. Al momento si sa che Pandora è il nome della protagonista, che il coprotagonista si chiama Sam, e che è infarcito di un certo humor nero. Al tempo stesso sto lavorando su un libro nuovo, autoconclusivo, sul quale al momento non posso dire molto, se non che sui social network lo chiamo NICDAP, che poi sarebbero le iniziali del titolo di lavoro.

lunedì 3 marzo 2014

LE SPADE DEI RIBELLI

Oggi, per quanto non sia domenica, sono tornata con una nuova recensione. Dal momento che domani uscirà l’intervista a Licia Troisi, voglio postarvi la recensione al secondo volume della sua ultima saga, I regni di Nashira. Il romanzo si intitola Le spade dei ribelli.

Vediamolo insieme.


TRAMA:
Avevamo lasciato Saiph e Talitha in fuga, salvati dall’eretico immortale. Ma l’uomo non è il salvatore che tanto hanno cercato o, forse, deluso dagli uomini e dai loro comportamenti, non vuole esserlo e così li abbandona. Ma i due giovani non si rassegnano e decidono di seguirne le tracce.
Durante questo “inseguimento”, vengono fermati da un gruppo di ribelli Femtiti, che imprigionano Talitha, mentre Saiph viene trattato con tutti gli onori, essendo diventato il simbolo della rivolta, il primo vero ribelle, anche se lui in realtà non lo è mai stato e non si sente tale.
Dopo una serie di circostanze, Talitha viene liberata e comincia a servire come combattente la causa femtita, mentre Saiph diventa sempre più insofferente e vorrebbe proseguire la missione. L’unico ostacolo è Talitha, che sente di aver finalmente trovato il suo posto nel mondo.
Cosa farà Saiph? Andrà via da solo? O resterà a fianco della bella talarita di cui è – evidentemente – innamorato?

RECENSIONE:
Questo secondo appassionante capitolo della saga di Nashira non è da meno del precedente. Ricco di suspance e colpi di scena, questo romanzo brilla per una evoluzione dei personaggi, già ben caratterizzati nel primo. Talitha ha preso in mano la sua vita - o almeno così crede - facendo quello che ha sempre sognato: combattere per una causa che ritiene giusto; Saiph mette in luce la sua sete di conoscenza e di avventura; Megassa - il padre di Talitha - diventa sempre più arido, violento e assetato di vendetta...
Questa volta a essere messi in evidenza sono gli intrighi politici, che già presenti in nuce nel precedente, ma assieme le prime avvisagli di innamoramenti - adolescenziali o duraturi? - che sviano anche un po' l'attenzione dalle molte battaglie. La Troisi si conferma tra le migliori a descrivere queste scene, rigorosamente scarne ma efficaci, semplici e dure. 
Insomma, il romanzo non delude, anche se in un certo qual modo è quasi un romanzo "di passaggio", nel senso che si configura come un'anticipazione di quello che succederà nel terzo. 
Cosa succederà ne Il sacrificio
Leggetelo e lo scoprirete. Poi magari lo commentiamo insieme. 
Per il momento è tutto. 

Biancaneve